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Di tutto..

Con il patrocinio di uno dei miei professori preferiti volevo proporvi un forse non noto teorema che spesso si dilegua in insensati modi di dire che ristagnano nelle convinzioni dei più come mere sciocchezze da spolverare qua e là per fare del povero moralismo. É un teorema che si deve (almeno così vuole la tradizione) ad un personaggio poco noto a molti (a me in prima persona fino a qualche giorno fa), John Duns Scotus e che prende il nome di Ex falso sequitur quodlibet . Il teorema afferma che partendo da una contraddizione si può dimostrare qualunque affermazione (da qui il titolo latino). Ecco come si fa. Prendiamo una affermazione qualsiasi: l'ipotesi di Riemann. Supponiamo che sia vera e falsa. Ora vogliamo dimostrare che la seguente uguaglianza è vera: 1+1=3 Bene, dato che l'ipotesi di Riemann è vera, allora è vera anche l'affermazione che dice: L'ipotesi di Riemann è vera oppure 1+1=3 Infatti una generica proposizione “P vel Q” come quella di sopra è vera qu...

É tardi..

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É tardi, ma non penso affatto a tacere. É ancora presto perchè il vero giorno inizi, è ancora presto perchè io mi arrenda a questo stato di cose. Purtroppo, se esistono, io non ho le parole giuste. Non è una rabbia istantanea, un ridicolo gioco di pause e ritmi che si alternano sullo schermo, non è neppure (e lo ammetto) una rabbia covata da tempo, forse non è per nulla rabbia tutto sommato. Qualcosa di incredibile si consuma istante dopo istante, banalmente per molti, nelle strade, nelle tv, nelle parole che la gente afferma e conferma di pesare. Rimango allibito dinnanzi a tale caos calmo (cit.), incredulo dinnanzi all'inconsistenza della gente, alla paura (che mi assale di tanto in tanto) e al contempo all'emozione che tutto ciò possa un giorno finire, esplodere, implodere magnificamente. Non i soliti eventi disastrosi, qualcosa di più. Catastrofico. Ed io mi riparo da codardo sotto l'ègida della coerenza vestita da criticismo; di quella coerenza che prende le forme dall...

Banale..

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Non credo sia questa canzone che ho voluto per caso riascoltare a rendermi in qualche modo partecipe della mia condizione. Mi piacerebbe esprimermi in maniera così banale da essere comprensibile ai più, ma per qualche immondo controsenso che regola l'ordinarietà sociale, il banale, il semplice, l'immediato sono i più soggetti alle incomprensioni, alle critiche, all'essere oggetto di pensieri altrettanto immondi. E mentre volti sconosciuti e rudi appaiono falsi in questo schermo con il sottofondo di un nuovo brano io mi chiedo ancora se tutto ciò che penso, che vedo, sia solo caos inordinabile, ingestibile, se tutto questo riflettere non sia più che altro una presa in giro che attenderà la fine dei giochi per rivelarsi. Non so. Tutto va via, e/ma tutto è soggetto a quei pochi dettami che davvero per esperienza ritengo validi, come alle volte per gioco amo fare con le cose importanti. E ancora un brano scorre via. Sono solo scritte questa volta. Immagini fisse senza soluzio...

Che notte..

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Qualis nox fuit illa, di deaeque, quam mollis torus! Haesimus calentes et transfudimus hinc et hinc labellis errantes animas. Valete curae mortales. Ego sic perire coepi. Che notte fu quella, o dei o dee, che morbido letto! Ardenti ci stringemmo e con le labbra confondemmo le nostre anime erranti. Addio affanni mortali. Così io cominciai a morire. Ho cercato di mantenere quanto più possibile la costruzione latina. Ma al di là della traduzione ritengo il tutto di una bellezza terrificante.

Ciò che non piace..

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Ed ognuno, orgoglioso per quanto gli competeva, non si rendeva minimamente conto di quanto quelle piccole cose costituissero il vero orgoglio del mondo. Ad ogni modo era chiaro come il nulla che la libertà di cui godevamo non era altro che lo specchio della nostra obbedienza. Potrei, avrei potuto attendere. Non ho quell'insana fretta figlia dell'insoddisfazione dell'imprevedibilità. A me mi piace . ..eppure banale.  

L'ultima notte..

Non ho mai creduto nella sorte, nella fortuna, negli oroscopi. Mai. Mai sofferto quella inconscia senzazione di dover o poter controllare tutto a priori, di non essere libero di agire contro la comune intolleranza agli eventi più banali. Eppure tra postulati Laplaceani (o aforismi per i meno estimatori) mi muovo costantemente in una scatola chiusa, legata, affetta da ciò che per consuetudine si è imposto come dogma. E parlo di religioni, ideologie, convinzioni non proprie, adottate ed adattatesi come argilla molle sul corpo, sulla lingua, sugli occhi di tutti. Ne è passato di tempo. E non cambia nulla (per non usare quelle locuzioni di proprietà altrui seppur vicine). E prima gli occhi, poi la lingua. E poi il corpo. Tace. Gargoyles nell'animo (quanta accezione materialistica vorrei imprimere in questo termine!). Ma tra metafore e analogie - forse lì si nasconde molta paura - è tempo di attendere davvero quell'unica splendida notte.

L'incoerenza..

\[(\mathbb{A}, +, \overline{0}, -, \cdot, \overline{1})\] \[(a+b)+c=a+(b+c) \ \ \ \ \forall a,b,c\in\mathbb{A}\\\] \[\exists \ \overline{0}:a+\overline{0}=\overline{0}+a=a \ \ \ \ \forall a\in\mathbb{A}\] \[\exists \ {-a}:a+(-a)=\overline{0} \ \ \ \ \forall a\in\mathbb{A}\] \[a+b=b+a \ \ \ \ \forall a,b\in\mathbb{A}\] \[(a\cdot b)\cdot c =a\cdot (b\cdot c) \ \ \ \ \forall a,b,c\in\mathbb{A}\] \[(a+b)\cdot c=a\cdot c+b\cdot c \ \ \ \ \forall a,b,c\in\mathbb{A}\] \[a\cdot(b+c)=a\cdot b+a\cdot c \ \ \ \ \forall a,b,c\in\mathbb{A}\] \[\exists \ \overline{1}:a\cdot\overline{1}=\overline{1}\cdot a=a \ \ \ \ \forall a\in\mathbb{A}\] \[a\cdot b=b\cdot a \ \ \ \ \forall a,b\in\mathbb{A}\] Ebbene si, qualora ci riuscissimo sarebbe tutto, troppo incoerente.. The true but unprovable statement. And if provable it would be false..

Panico

Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude, o Ermione. Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitio che dura e varia nell'aria secondo le fronde più rade, men rade. Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, né il ciel cinerino. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immersi noi siam nello spirito silvestre, d'arborea vita viventi; e il tu...